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Popillia japonica Newman, 1841 - Rutelidae

9.VII.2017 - ITALIA - Lombardia - VA, Cardano al Campo


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MessaggioInviato: 12/07/2017, 9:28 
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Nome: Marco Uliana
Il Baratelli ha scritto:
Da allora dell'ifantria americana si è sentito parlare poco.

Questo è veramente un caso esemplare e concordo pienamente con la tua osservazione.
Negli anni '90, per diversi anni di seguito, la bassa pianura Padovana (dove risiedo) fu flagellata dal "bruco americano". Ricordo alberi spogliati completamente, giardini o filari dove non c'era un singolo albero o cespuglio che si salvasse dall'attacco. Le pareti di casa mia erano punteggiate quotidianamente da centinaia di bruchi che le risalivano per andarsi poi a impupare sotto al cornicione. Un flagello di proporzioni bibliche per cui si facevano irrorazioni torrenziali di Bacillus thuringiensis.
Oggi l'animale è praticamente scomparso. Ce n'è perfino troppo poco: l'anno scorso un amico mi ha chiesto di procurargliene qualche esemplare. Mi sono detto "ammazza sarà il cambio più vantaggioso della mia vita". Beh, quest'anno non ne ho ancora presa una... :sick:


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MessaggioInviato: 12/07/2017, 16:16 
 

Iscritto il: 06/02/2009, 9:09
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Nome: Nicola Pilon
Be ma guardate che di Ifantria nella pianura lombarda non è che ce ne sia proprio così poca. Colpisce a macchie e a rotazione, in genere non in anni consecutivi, ma è ancora ben diffusa. Sul discorso "rientrare nei ranghi" fatto da Danilo, mi ha colpito di + la parabola del Leptoglossus, che davvero in 10 anni è passato da picchi di abbondanza impressionanti a presenza marginale.
Nic


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MessaggioInviato: 12/07/2017, 18:28 
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Nome: Luca Bodei
mascalzonepadano ha scritto:
Be ma guardate che di Ifantria nella pianura lombarda non è che ce ne sia proprio così poca. Colpisce a macchie e a rotazione, in genere non in anni consecutivi, ma è ancora ben diffusa. Sul discorso "rientrare nei ranghi" fatto da Danilo, mi ha colpito di + la parabola del Leptoglossus, che davvero in 10 anni è passato da picchi di abbondanza impressionanti a presenza marginale.
Nic



Vogliamo parlare delle Anoplophora...dovevan essere il flagello del secolo...chi le ha più viste,se non sporadicamente qui e la 1 esemplare... :roll:

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Tc70


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MessaggioInviato: 12/07/2017, 18:52 
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Nome: Marco Uliana
mascalzonepadano ha scritto:
Be ma guardate che di Ifantria nella pianura lombarda non è che ce ne sia proprio così poca.

Ok, dicendo che "è praticamente scomparso" mi sono voluto esprimere in modo colorito. Ovviamente la specie c'è ancora ma la sua frequenza è analoga a quella di tante specie autoctone. Facendo osservazioni al lume mi capita di vedere molte piùù Phragmatobia, per esempio.

Tc70 ha scritto:
Vogliamo parlare delle Anoplophora...dovevan essere il flagello del secolo...chi le ha più viste,se non sporadicamente qui e la 1 esemplare...


In effetti mi manca ancora la soddisfazione... e attendo al varco anche l'Aromia bungii :to: .
Un cerambicide che invece ha flagellato per lo meno le legnaie fu Xylotrechus stebbingi. Ricordo tronchetti da ardere praticamente ridotti in polvere tenuta insieme dalla corteccia. Non avendo più una legnaia ignoro quale sia la situazione attuale, ma dalla scarsità dei reperti al lume (la specie è molto fototropica) dubito che la densità sia quella di una volta.

... siamo andati un attimo off topic :oops:


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MessaggioInviato: 12/07/2017, 21:32 
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Nome: Maurizio Gigli
Glaphyrus ha scritto:
Un cerambicide che invece ha flagellato per lo meno le legnaie fu Xylotrechus stebbingi. Ricordo tronchetti da ardere praticamente ridotti in polvere tenuta insieme dalla corteccia. Non avendo più una legnaia ignoro quale sia la situazione attuale, ma dalla scarsità dei reperti al lume (la specie è molto fototropica) dubito che la densità sia quella di una volta.

... siamo andati un attimo off topic :oops:

Forse da te. In compenso ha colonizzato il centro e il Sud d'Italia. Non si può definire infestante, ma si trova un po' ovunque. Comunque non fa grandi danni, viste le abitudini.

Glaphyrus ha scritto:
. e attendo al varco anche l'Aromia bungii :to: .

Questa, invece, spero proprio che non arrivi fino da voi. Da quanto mi è stato detto è veramente dannosa per le Rosacee Prunoidee. Spero di non ritrovarmene qualcuna in trappola qui intorno, prima o poi.

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Maurizio Gigli
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MessaggioInviato: 14/07/2017, 19:00 
 

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Nome: Rinaldo Nicoli Aldini
Il tema della "invasion biology" è molto ampio e articolato, credo sia rischioso tentare semplificazioni e generalizzazioni anche solo per quanto attiene agli insetti; meglio esaminare i fatti (e le specie) caso per caso. Meglio anche non puntare il dito, eventualmente, contro la presunta scarsa efficienza dei nostri sistemi istituzionali di prevenzione del rischio di nuovi ingressi, e dell’attività dei servizi fitosanitari o, un po’ aprioristicamente, anche contro le modalità di gestione agricola del territorio in certe aree. L’Italia come ben noto è un paese fortemente a rischio anche per ragioni geografiche. L'ingresso di specie aliene da noi (e non solo) si è fortemente accentuato, negli ultimi decenni, soprattutto per due ordini di fattori: da un lato il fatto che il nostro Paese per la sua posizione centrale nel Mediterraneo è un importante crocevia di trasporti e commerci, dall'altro perché si sono fortemente accentuati i viaggi, i trasporti e gli scambi commerciali intercontinentali.
Molte specie aliene introdotte sono insetti fitofagi (monofagi o polifagi) di piante di interesse agrario o forestale. Al loro arrivo (congiunto o separato rispetto a pianta/e ospite/i), se si trovano bene, spesso manifestano esplosioni demografiche perché predatori e parassitoidi indigeni (mi ha fatto piacere che per lo meno in un intervento precedente siano citati anche i 'parassiti', e non solo i predatori, perché il contributo dei parassitoidi può essere in non pochi casi più rilevante di quello dei predatori) che possono controllarli non si sono ancora adattati ad essi in modo efficace. E' ben noto anzi che per certe specie invasive aliene il modo più efficace per limitarle è proprio quello di introdurre dagli areali d'origine anche gli antagonisti specifici, come è felicemente avvenuto con il Torimide parassitoide del Cinipide galligeno del castagno.
In generale non mi sembra che la possibilità o meno che un insetto alieno metta stabilmente radici da noi debba dipendere in modo rilevante dalla modalità di gestione agricola del territorio: questa potrà se mai favorirne e accelerarne la diffusione, come sottolineato in alcuni altri messaggi, ma quando un alieno approda, a condizionarne la possibilità e rapidità di diffusione sono soprattutto le sue prerogative ecologiche, le sue esigenze alimentari e climatico-ambientali. L'eradicazione è sempre ardua anche con l’intervento umano, a maggior ragione i fattori ambientali ‘naturali’ da soli è ben difficile che la possano realizzare anche in condizioni di ambiente ‘ottimali’. Teniamo presente anche che una specie invasiva può insediarsi non necessariamente solo in seguito a una singola accidentale introduzione, ma anche per introduzioni ripetute e ravvicinate, prima che ci si accorga della sua presenza, creando focolai multipli; una volta giunta e insediata, può diffondersi non solo grazie a fattori naturali intrinseci o estrinseci (vagilità, vento), ma anche perché l’uomo stesso accidentalmente la diffonde con i suoi spostamenti con mezzi di trasporto (si pensi in particolare al caso delle specie “autostoppiste”, e questo vale anche per certe nuove introduzioni dall’estero) o gli spostamenti di vegetali e di altre merci.
Prendiamo ad esempio due ben note cicaline alloctone, in origine nordamericane, diffusesi in Italia da decenni e in grado di spostarsi attivamente, da adulte, in volo. Una, più dannosa, è lo Scafoideo o Cicalina della flavescenza dorata della vite (Scaphoideus titanus), temibilissima come vettrice di una grave malattia causata da un fitoplasma. Questa specie è monofaga su Vitis. Reperita in Italia (Liguria) nel 1963, vi è arrivata verosimilmente in modo ‘naturale’, per contiguità, dalla Francia dove era già presente (introdotta). Per alcuni decenni è rimasta confinata alle aree viticole del nord Italia, anche grazie ai mezzi di lotta messi in atto dall’uomo e a maggiori barriere naturali. Poi si è diffusa anche più a sud, nel 2002 è stata segnalata in Basilicata. La presenza discontinua lungo la penisola ha fatto pensare alla diffusione accidentale ad opera dell’uomo; nel nord invece si è assistito a una colonizzazione più graduale e capillare, per (almeno in parte) progressivo spostamento da vite a vite, da vigneto a vigneto, da ovest verso est come si è visto in Emilia-Romagna. La monofagia ha rappresentato un freno alla sua rapida diffusione. L’altra cicalina è la Metcalfa (Metcalfa pruinosa), trovata in Veneto nel 1980 (probabilmente all’inizio è ‘atterrata’ accidentalmente alla base aerea di Aviano, dall'America). Questa è molto polifaga anche su piante coltivate e quindi quando si sposta trova con estrema facilità ospiti a lei utili. Fa danni di vario genere ma non sembra abbia un ruolo come vettore di microrganismi fitopatogeni. Verso la fine del secolo scorso era già arrivata anche in Sicilia e Sardegna. Un suo riconosciuto parassitoide antagonista (un Driinide) è stato introdotto dall’America per contrastarla, con buoni risultati dove è stato diffuso. La polifagia in ogni caso l’ha favorita in una rapida colonizzazione del Paese.
Quindi: diversità nella modalità d’arrivo, nelle potenzialità di diffusione, nella possibilità di contenimento con limitatori naturali sufficientemente specifici, nella gravità del danno che fa scattare, o meno, più drastici provvedimenti di controllo anche con fitofarmaci, decreti di lotta obbligatoria, ecc. … ma entrambe le specie sono presenti e diffuse, pensare che spariscano dal nostro territorio o che sarebbero sparite se si faceva subito il dovuto e se il territorio era gestito in modo diverso mi sembra un po' utopistico. E chi potrà mai pensare, inoltre, che si possano controllare tutti i possibili minuscoli ripari offerti da un aereo, da una nave, da un treno, da un automezzo in arrivo dall’estero?
In definitiva, alla base di tutto, per quanto detto all’inizio ci sono fenomeni di globalizzazione, compresi gli spostamenti frequenti di persone da un Paese all’altro: per ovviare a questi problemi sempre più frequenti di specie esotiche invasive bisognerebbe tornare indietro diversi decenni nel tempo e nello stile di vita globale. E’ un ‘inquinamento zoogeografico’ che ha le sue ripercussioni negative anche pesanti, anzi deleterie, sia sul piano economico e igienico-sanitario (dobbiamo pensare non solo agli insetti alloctoni di interesse per l’agricoltura, le foreste, il verde urbano o le ornamentali, ma anche a quelli che attaccano i prodotti conservati (derrate ecc.), e forse ancor più a quelli di interesse medico e veterinario con rischio di nuove malattie anche per noi), sia sul piano naturalistico: la nostra fauna in un certo senso si arricchisce ma si modifica anche, e non poco. È ‘vero che la natura è sempre stata, e sempre sarà, in un equilibrio dinamico, tuttavia specie invasive con un potenziale biotico maggiore possono ‘spiazzare’ quelle nostrane più affini, che cedono terreno e progressivamente si rarefanno e si ritirano, portando a equilibri nuovi e anche molto diversi. Non mancano poi i collegamenti con il problema dei cambiamenti climatici.
Ho esposto solo alcune impressioni molto parziali (non so chi troverà tempo e voglia di leggerle) scaturite dalla lettura degli interventi precedenti. Chi volesse approfondire il tema per averne una visione entomologica meno settoriale può cercare in internet i lavori degli entomologi universitari italiani che più si sono applicati a questo argomento, tra i quali mi piace citare la prof.ssa Giuseppina Pellizzari e il prof. Marzio Zapparoli. Attualmente nell’ambito della Società Entomologica Italiana vi è un gruppo di lavoro che si dedica alla problematica delle specie invasive.


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Nicarinus ha scritto:
Il tema della "invasion biology" è molto ampio e articolato, credo sia rischioso tentare semplificazioni e generalizzazioni anche solo per quanto attiene agli insetti; meglio esaminare i fatti (e le specie) caso per caso. Meglio anche non puntare il dito, eventualmente, contro la presunta scarsa efficienza dei nostri sistemi istituzionali di prevenzione del rischio di nuovi ingressi, e dell’attività dei servizi fitosanitari o, un po’ aprioristicamente, anche contro le modalità di gestione agricola del territorio in certe aree. L’Italia come ben noto è un paese fortemente a rischio anche per ragioni geografiche. L'ingresso di specie aliene da noi (e non solo) si è fortemente accentuato, negli ultimi decenni, soprattutto per due ordini di fattori: da un lato il fatto che il nostro Paese per la sua posizione centrale nel Mediterraneo è un importante crocevia di trasporti e commerci, dall'altro perché si sono fortemente accentuati i viaggi, i trasporti e gli scambi commerciali intercontinentali.
Molte specie aliene introdotte sono insetti fitofagi (monofagi o polifagi) di piante di interesse agrario o forestale. Al loro arrivo (congiunto o separato rispetto a pianta/e ospite/i), se si trovano bene, spesso manifestano esplosioni demografiche perché predatori e parassitoidi indigeni (mi ha fatto piacere che per lo meno in un intervento precedente siano citati anche i 'parassiti', e non solo i predatori, perché il contributo dei parassitoidi può essere in non pochi casi più rilevante di quello dei predatori) che possono controllarli non si sono ancora adattati ad essi in modo efficace. E' ben noto anzi che per certe specie invasive aliene il modo più efficace per limitarle è proprio quello di introdurre dagli areali d'origine anche gli antagonisti specifici, come è felicemente avvenuto con il Torimide parassitoide del Cinipide galligeno del castagno.
In generale non mi sembra che la possibilità o meno che un insetto alieno metta stabilmente radici da noi debba dipendere in modo rilevante dalla modalità di gestione agricola del territorio: questa potrà se mai favorirne e accelerarne la diffusione, come sottolineato in alcuni altri messaggi, ma quando un alieno approda, a condizionarne la possibilità e rapidità di diffusione sono soprattutto le sue prerogative ecologiche, le sue esigenze alimentari e climatico-ambientali. L'eradicazione è sempre ardua anche con l’intervento umano, a maggior ragione i fattori ambientali ‘naturali’ da soli è ben difficile che la possano realizzare anche in condizioni di ambiente ‘ottimali’. Teniamo presente anche che una specie invasiva può insediarsi non necessariamente solo in seguito a una singola accidentale introduzione, ma anche per introduzioni ripetute e ravvicinate, prima che ci si accorga della sua presenza, creando focolai multipli; una volta giunta e insediata, può diffondersi non solo grazie a fattori naturali intrinseci o estrinseci (vagilità, vento), ma anche perché l’uomo stesso accidentalmente la diffonde con i suoi spostamenti con mezzi di trasporto (si pensi in particolare al caso delle specie “autostoppiste”, e questo vale anche per certe nuove introduzioni dall’estero) o gli spostamenti di vegetali e di altre merci.
Prendiamo ad esempio due ben note cicaline alloctone, in origine nordamericane, diffusesi in Italia da decenni e in grado di spostarsi attivamente, da adulte, in volo. Una, più dannosa, è lo Scafoideo o Cicalina della flavescenza dorata della vite (Scaphoideus titanus), temibilissima come vettrice di una grave malattia causata da un fitoplasma. Questa specie è monofaga su Vitis. Reperita in Italia (Liguria) nel 1963, vi è arrivata verosimilmente in modo ‘naturale’, per contiguità, dalla Francia dove era già presente (introdotta). Per alcuni decenni è rimasta confinata alle aree viticole del nord Italia, anche grazie ai mezzi di lotta messi in atto dall’uomo e a maggiori barriere naturali. Poi si è diffusa anche più a sud, nel 2002 è stata segnalata in Basilicata. La presenza discontinua lungo la penisola ha fatto pensare alla diffusione accidentale ad opera dell’uomo; nel nord invece si è assistito a una colonizzazione più graduale e capillare, per (almeno in parte) progressivo spostamento da vite a vite, da vigneto a vigneto, da ovest verso est come si è visto in Emilia-Romagna. La monofagia ha rappresentato un freno alla sua rapida diffusione. L’altra cicalina è la Metcalfa (Metcalfa pruinosa), trovata in Veneto nel 1980 (probabilmente all’inizio è ‘atterrata’ accidentalmente alla base aerea di Aviano, dall'America). Questa è molto polifaga anche su piante coltivate e quindi quando si sposta trova con estrema facilità ospiti a lei utili. Fa danni di vario genere ma non sembra abbia un ruolo come vettore di microrganismi fitopatogeni. Verso la fine del secolo scorso era già arrivata anche in Sicilia e Sardegna. Un suo riconosciuto parassitoide antagonista (un Driinide) è stato introdotto dall’America per contrastarla, con buoni risultati dove è stato diffuso. La polifagia in ogni caso l’ha favorita in una rapida colonizzazione del Paese.
Quindi: diversità nella modalità d’arrivo, nelle potenzialità di diffusione, nella possibilità di contenimento con limitatori naturali sufficientemente specifici, nella gravità del danno che fa scattare, o meno, più drastici provvedimenti di controllo anche con fitofarmaci, decreti di lotta obbligatoria, ecc. … ma entrambe le specie sono presenti e diffuse, pensare che spariscano dal nostro territorio o che sarebbero sparite se si faceva subito il dovuto e se il territorio era gestito in modo diverso mi sembra un po' utopistico. E chi potrà mai pensare, inoltre, che si possano controllare tutti i possibili minuscoli ripari offerti da un aereo, da una nave, da un treno, da un automezzo in arrivo dall’estero?
In definitiva, alla base di tutto, per quanto detto all’inizio ci sono fenomeni di globalizzazione, compresi gli spostamenti frequenti di persone da un Paese all’altro: per ovviare a questi problemi sempre più frequenti di specie esotiche invasive bisognerebbe tornare indietro diversi decenni nel tempo e nello stile di vita globale. E’ un ‘inquinamento zoogeografico’ che ha le sue ripercussioni negative anche pesanti, anzi deleterie, sia sul piano economico e igienico-sanitario (dobbiamo pensare non solo agli insetti alloctoni di interesse per l’agricoltura, le foreste, il verde urbano o le ornamentali, ma anche a quelli che attaccano i prodotti conservati (derrate ecc.), e forse ancor più a quelli di interesse medico e veterinario con rischio di nuove malattie anche per noi), sia sul piano naturalistico: la nostra fauna in un certo senso si arricchisce ma si modifica anche, e non poco. È ‘vero che la natura è sempre stata, e sempre sarà, in un equilibrio dinamico, tuttavia specie invasive con un potenziale biotico maggiore possono ‘spiazzare’ quelle nostrane più affini, che cedono terreno e progressivamente si rarefanno e si ritirano, portando a equilibri nuovi e anche molto diversi. Non mancano poi i collegamenti con il problema dei cambiamenti climatici.
Ho esposto solo alcune impressioni molto parziali (non so chi troverà tempo e voglia di leggerle) scaturite dalla lettura degli interventi precedenti. Chi volesse approfondire il tema per averne una visione entomologica meno settoriale può cercare in internet i lavori degli entomologi universitari italiani che più si sono applicati a questo argomento, tra i quali mi piace citare la prof.ssa Giuseppina Pellizzari e il prof. Marzio Zapparoli. Attualmente nell’ambito della Società Entomologica Italiana vi è un gruppo di lavoro che si dedica alla problematica delle specie invasive.




Scusa la franchezza,e contro di chi si dovrebbe puntare il dito? Tali enti son pagati da tutti noi ,te compreso,per fare il loro lavoro e bene...nel momento in cui questo viene a mancare,le vie di entrata di taluni specie diventano autostrade,poi hai voglia di discuterci e studiarci sopra...quando i problemi sono a valle è troppo tardi...io la penso cosi,non sarà in linea col tuo pensiero,sarò testardo,ma la penso cosi ;) :hi:

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Nome: Rinaldo Nicoli Aldini
E' bello che ciascuno esprima liberamente il proprio parere.


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Nome: Maurizio Gigli
Tc70 ha scritto:
Scusa la franchezza,e contro di chi si dovrebbe puntare il dito? Tali enti son pagati da tutti noi ,te compreso,per fare il loro lavoro e bene...nel momento in cui questo viene a mancare,le vie di entrata di taluni specie diventano autostrade,poi hai voglia di discuterci e studiarci sopra...quando i problemi sono a valle è troppo tardi...io la penso cosi,non sarà in linea col tuo pensiero,sarò testardo,ma la penso cosi ;) :hi:

Luca, sarò breve, perché già Rinaldo ha scritto un trattato, ma tu pensi ad una situazione ideale, dalla quale la realtà è molto lontana. E' un po' come dire che la delinquenza esiste perché la polizia non fa il suo lavoro. In realtà, i controlli a frontiere, porti ed aeroporti possono solo limitare l'ingresso di specie aliene, non certo bloccarlo.
Pensa solo a quanto diverse possano essere le modalità d'ingresso di un insetto (per rimanere in campo entomologico). Non bisogna pensare solo a situazioni particolarmente rischiose, come, ad esempio, un carico di piante vive con zolla di terra o in vaso, in cui potrebbe esserci di tutto. Ma un insetto (ed a volte può anche bastare una sola femmina) potrebbe arrivare anche nascosto in una fessura di un container, sul ponte di una nave, su un treno, un camion, nel bagaglio a mano di un turista di ritorno dalle vacanze, ecc. Non credo sia umanamente possibile individuarli tutti in un mondo come quello odierno. Mica vorremo tornare all'autarchia?

Persino noi entomologi siamo dei potenziali diffusori di specie aliene. Pensa solo a chi fa prelievi di rami per l'allevamento di xilofagi (tipo me), e se li porta, più o meno tranquillamente, da uno stato, o anche da un continente, all'altro. Qualcosa può scappare durante il viaggio, qualcosa dagli allevamenti, malgrado gli accorgimenti per evitarlo, per non parlare di quando il legno vecchio viene eliminato (io lo brucio nel camino). Per fortuna che la maggior parte di ciò che arriva non riesce ad acclimatarsi.

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Julodis ha scritto:
Tc70 ha scritto:
Scusa la franchezza,e contro di chi si dovrebbe puntare il dito? Tali enti son pagati da tutti noi ,te compreso,per fare il loro lavoro e bene...nel momento in cui questo viene a mancare,le vie di entrata di taluni specie diventano autostrade,poi hai voglia di discuterci e studiarci sopra...quando i problemi sono a valle è troppo tardi...io la penso cosi,non sarà in linea col tuo pensiero,sarò testardo,ma la penso cosi ;) :hi:

Luca, sarò breve, perché già Rinaldo ha scritto un trattato, ma tu pensi ad una situazione ideale, dalla quale la realtà è molto lontana. E' un po' come dire che la delinquenza esiste perché la polizia non fa il suo lavoro. In realtà, i controlli a frontiere, porti ed aeroporti possono solo limitare l'ingresso di specie aliene, non certo bloccarlo.
Pensa solo a quanto diverse possano essere le modalità d'ingresso di un insetto (per rimanere in campo entomologico). Non bisogna pensare solo a situazioni particolarmente rischiose, come, ad esempio, un carico di piante vive con zolla di terra o in vaso, in cui potrebbe esserci di tutto. Ma un insetto (ed a volte può anche bastare una sola femmina) potrebbe arrivare anche nascosto in una fessura di un container, sul ponte di una nave, su un treno, un camion, nel bagaglio a mano di un turista di ritorno dalle vacanze, ecc. Non credo sia umanamente possibile individuarli tutti in un mondo come quello odierno. Mica vorremo tornare all'autarchia?

Persino noi entomologi siamo dei potenziali diffusori di specie aliene. Pensa solo a chi fa prelievi di rami per l'allevamento di xilofagi (tipo me), e se li porta, più o meno tranquillamente, da uno stato, o anche da un continente, all'altro. Qualcosa può scappare durante il viaggio, qualcosa dagli allevamenti, malgrado gli accorgimenti per evitarlo, per non parlare di quando il legno vecchio viene eliminato (io lo brucio nel camino). Per fortuna che la maggior parte di ciò che arriva non riesce ad acclimatarsi.



Oddio...giusto anche come dici Maurizio,ma chissà perchè tutto sto movimento strano è nato da quando si è diffuso ancor più,lo scambio commerciale (e quindi la domanda sorge spontanea...''cosa controllano per prima cosa?'')...e che sia per via aerea e navale arrivano comunque (ma arrivavano,anni '70, anche in anni in cui non era nota questa diffusione e proliferazione di specie alloctone?)...e ripeto se pur ''sbagliando''...i controlli??!
Stando al tuo ragionamento dei ''noi entomologi''...be allora ci stiamo tirando un pò la zappa sui piedi no?!

OT:
Sulla delinquenza...esiste perchè chi controlla non è che non fa il suo lavoro,ma non può fare un 'certo lavoro'...dovessero sistemarli bene,sarebbero sempre meno a delinquere dalle nostre parti,dove visto una certa impunità,arrivano apposta nel ''paese dei balocchi''...sfido chiunque di noi italiani andare in certi paesi fuori dall'Italia a fare le stesse cose che fanno certi non italiani qui e avere le stesso trattamento...

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Tc70 ha scritto:
Oddio...giusto anche come dici Maurizio,ma chissà perchè tutto sto movimento strano è nato da quando si è diffuso ancor più,lo scambio commerciale...e che sia per via aerea e navale arrivano comunque (ma arrivavano anche in anni in cui non era nota questa diffusione e proliferazione di specie alloctone?)...e ripeto se pur ''sbagliando''...i controlli??!
Stando al tuo ragionamento dei ''noi entomologi''...be allora ci stiamo tirando un pò la zappa sui piedi no?!

Arrivavano anche prima, ma meno scambi voleva anche dire meno introduzioni accidentali. Comunque, io sono convinto che alcune specie che consideriamo parte integrante della nostra fauna ci siano invece arrivate, portate (involontariamente o volontariamente) dall'uomo anche in tempi antichi (Fenici, Greci, Romani, Arabi, ecc.). Tra i Buprestidi, per fare un esempio, è abbastanza diffusa l'opinione che Chalcophora detrita e Anthaxia passerinii siano state introdotte involontariamente dal Mediterraneo orientale da secoli (si ipotizza ai tempi delle Repubbliche marinare), ma potrebbero anche essercene altre. Io, ad esempio, sospetto che un'altra possa essere Latipalpis plana. Ed immagino che lo stesso si verifichi in altri gruppi. E' più difficile capirlo ed esserne sicuri perchè viaggi e scambi commerciali erano un tempo più a corto raggio (o almeno, gli scambi su lunghi percorsi richiedevano tempi molto lunghi, per cui le possibilità che arrivassero insetti alieni erano più scarse), quindi le specie potevano arrivare prevalentemente da aree non molto lontane dall'Italia, con faune almeno in parte simili. Ora, invece, una specie introdotta dal Nord America, dall'Asia orientale o dall'Australia è ovviamente più facile da individuare come alloctona.

Al resto preferisco non rispondere, perchè si sconfina dall'entomologia nella politica, che preferirei tener fuori dalle discussioni sul Forum.

:hi:

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Tc70 ha scritto:
Oddio...giusto anche come dici Maurizio,ma chissà perchè tutto sto movimento strano è nato da quando si è diffuso ancor più,lo scambio commerciale...e che sia per via aerea e navale arrivano comunque (ma arrivavano anche in anni in cui non era nota questa diffusione e proliferazione di specie alloctone?)...e ripeto se pur ''sbagliando''...i controlli??!
Stando al tuo ragionamento dei ''noi entomologi''...be allora ci stiamo tirando un pò la zappa sui piedi no?!

Arrivavano anche prima, ma meno scambi voleva anche dire meno introduzioni accidentali. Comunque, io sono convinto che alcune specie che consideriamo parte integrante della nostra fauna ci siano invece arrivate, portate (involontariamente o volontariamente) dall'uomo anche in tempi antichi (Fenici, Greci, Romani, Arabi, ecc.). Tra i Buprestidi, per fare un esempio, è abbastanza diffusa l'opinione che Chalcophora detrita e Anthaxia passerinii siano state introdotte involontariamente dal Mediterraneo orientale da secoli (si ipotizza ai tempi delle Repubbliche marinare), ma potrebbero anche essercene altre. Io, ad esempio, sospetto che un'altra possa essere Latipalpis plana. Ed immagino che lo stesso si verifichi in altri gruppi. E' più difficile capirlo ed esserne sicuri perchè viaggi e scambi commerciali erano un tempo più a corto raggio (o almeno, gli scambi su lunghi percorsi richiedevano tempi molto lunghi, per cui le possibilità che arrivassero insetti alieni erano più scarse), quindi le specie potevano arrivare prevalentemente da aree non molto lontane dall'Italia, con faune almeno in parte simili. Ora, invece, una specie introdotta dal Nord America, dall'Asia orientale o dall'Australia è ovviamente più facile da individuare come alloctona.

Al resto preferisco non rispondere, perchè si sconfina dall'entomologia nella politica, che preferirei tener fuori dalle discussioni sul Forum.

:hi:


Vero anche questo Maurizio,concordo su entrambe le posizioni (sulla seconda avevo espresso anche OT ;) )...all'epoca storica l'importazione era decisamente minore,ma ora dove è decisamente superiore,quindi,perchè non può sorgere il dubbio,che ci vorrebbero,per forza di cose,più seri controlli da parte di tutti? Prima che diventi veramente qualcosa che non potremo più controllare...siamo in uno stato tra i più piccoli d'Europa e non possiamo competere con certi stati in cui la distribuzione invasiva di certe specie,risulta meno percepibile,anche se la P.japonica,fa danni in America,perchè è arrivata anche li,avrà ,grazie alla sua estensione,meno problematiche,rispetto all'Italia,dove le culture sono mirate per fare un prodotto Doc da esportare in tutto il mondo,il danno da noi in scala avrà proporzioni maggiori,rispetto ad America,Cina ,Giappone...abbiamo poco,cerchiamo almeno di farlo con la qualità giusta,perchè sulla quantità su certe culture ci sorpassano da anni...e se quelle poche che abbiamo ce le facciamo rovinare da specie alloctone,arrivate per sfiga o sfuggita o scarsi controlli (come la penso io...) forse qualche domanda,dobbiamo pure cominciare a farcela...belli questi confronti di pareri,mi fa piacere leggerli e anche se non sarete in armonia con me,mi fa piacere che se ne discuta... :ok:

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